PIPPO COPPOLA >> La figura nella società montese

Pippo, come tutti lo chiamavano con affetto, è morto un venerdì, ventuno giorni dopo un altro venerdì, quando la sua voce chiara si è spenta per sempre ed è iniziata la sofferenza dell’addio. Aveva solo poco più di sessant’anni, una vita piena e breve, un tempo non sufficiente – come aveva scritto di un suo personaggio il Plutarco ch’Egli amava – “per dispiegare il bene ch’era in lui e farne patrimonio di tutti”.Eppure Pippo era in parte riuscito in ciò che lo scrittore antico ebbe a dire: non c’è, infatti nulla di lui che non sia stato anche per la comunità, per gli amici, per chi neppure lo conosceva direttamente. Un uomo che esisteva per il mondo. Sorridente ed aperto all’ascolto di chiunque, leggeva in chi gli era di fronte ragioni e debolezze, scorgeva paziente una ricchezza in ogni istanza, tollerava con intelligenza gli infingimenti di chi non era come lui. Era sufficientemente ironico da non temere la scaltrezza degli altri. Uomo in un certo senso d’altri tempi, altri rapporti, forse altre possibilità, ma sempre con tutti e per tutti. In mezzo agli altri. Da sempre Egli riusciva, tra la nostra invidia di critici delle inaccettabili storture sociali, a vedere il bene dove era difficile, a capire, a dissentire senza offendere, senza ferire. 

Difendeva ciò in cui credeva con la forza della ragione, convinto di essere compreso anche da chi gli si professava avversario. Era, in poche e vere parole, immagine e, se possibile dire, incarnazione di uno stato di grazia che non sempre abbiamo meritato. Coniugava così, con la naturalezza delle cose date da sempre, il suo Cristianesimo mai esteriore, intenso e discreto, con le istanze moderne del Socialismo. Legava Cristo, l’amore per la Vergine, un’idea di Chiesa militante sul fronte delle brutture del nostro tempo, con gli ideali di giustizia già su questa terra. Senza enfasi o retorica, o l’aria del primo della classe. Sapeva guardare tra le pieghe contorte dello sviluppo senza regole seguito alla più terribile delle guerre, Pippo. Anche quando ci prendeva in giro e citava in latino i suoi autori con eloquio fluente e divertito. Era anzitutto la coscienza di un cercare il da farsi, la dimensione possibile, la misura giusta a capire una socialità lacerata e difficile, un presente che nessuna ideologia poteva delimitare e governare. Pippo partiva da un rispetto assoluto, religioso e insieme laico, per il lavoro. E qui il suo essere colto ed informato, pronto a gettare lo sguardo sul mondo oltre il quotidiano, appariva autentico. Considerava sacro il lavoro, a partire da quello dei nostri marittimi. Forse i ricordi di un papà tankista sulle nostre navi, quando navigare era ancora fatica al limite della umana resistenza fisica, e pericolo ad ogni peggioramento del tempo. O, più semplicemente, per una sensibilità personale che rigettava le forme più dure del dominio economico. Pippo esternava nelle sere passate a tirar tardi tali pensieri, e tutti sapevano che era spinto alla vita politica da questo suo sentire e da nient’altro. Voleva parlare con gli altri: sempre, fino alle ultime amarezze maturate nel proprio campo. Se ripercorriamo a ritroso con la memoria il mezzo secolo alle nostre spalle, fino alla sua adolescenza e all’esplosione di quella sua sensibilità aperta al mondo, non troviamo altro che questa voglia di dialogo con tutti. E’ stato medico rigoroso fino agli ultimi suoi giorni, studioso del corpo e della mente, sempre amico del paziente-persona; recente capogruppo di opposizione in Consiglio comunale, leale e limpido; Sindaco nel quinquennio 2001-2006, in grado di nobilitare ruolo e funzione della politica, riempire di senso l’agire per il bene comune; cittadino attento negli anni ’90 ai fermenti giovanili che percorrevano il paese alla ricerca di prospettive più generose di una personale collocazione; laureato a pieni voti e poi specializzato, dopo un tempo non breve di crisi, di interrogativi sul ruolo del medico nella società dei consumi e della spersonalizzazione imperante; entusiasta ammiratore di ogni sport coltivato senza trucchi, sportivo Egli stesso; prima ancora giovane consigliere comunale negli anni ’70 accanto a Pino Scotto di Perta, unico Sindaco socialista di M.te di Procida; fino allo studente bravissimo del Genovesi e all’alunno del Collegio gesuita di Vico Equense degli anni ’50, orfano di madre. Una vita densa e ricca, unica tra quelli cresciuti nella lenta emancipazione del nostro lungo dopoguerra.
Eppure oggi la memoria è avara, quasi nulla rimane dei suoi tanti discorsi e interventi. Modesto e schivo, non ha conservato archivi che custodissero la ricchezza delle sue parole. E noi, sempre pronti a conservare il vento, abbiamo commesso la leggerezza irrimediabile di non catturare tracce puntuali di quel senso etico del vivere che lo guidava e ce lo faceva sentire migliore.


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